TDSM

(ci vogliono circa 10 minuti a leggere questo articolo, se preferisci clicca qui e te lo leggo io)

La vera storia di
Tanto Domani Si Muore

 

Inizio col dire che non mi sarei mai aspettato di trovarmi a raccontare questa storia, ma sono qui e allora tanto vale cominciare senza indugio.
Tutto ebbe inizio nel 2015: a marzo ero in Spagna a fare uno stage di clown quando mi arriva una telefonata dalla fidanzata del mio migliore amico, che, senza troppi giri di parole mi dice chiaro e tondo: “Claudio si è buttato dal terrazzo, pausa, si è rotto non si sa quante ossa compreso il bacino forse anche la testa, pausa, ma è vivo, è in ospedale e lo stanno operando.”
Prendo il primo volo e torno in Italia, il volo più brutto della mia vita. Arrivo dai nostri amici e passiamo una settimana intera tutti insieme 24 ore su 24 perché nessuno di noi riusciva a stare da solo. La settimana più intensa della mia vita. La vita del nostro amico era appesa ad un filo, ma soprattutto ci chiediamo il perché. La faccio breve, il nostro amico sopravvive, lo rivediamo ingessato, lo sentiamo, lo andiamo a trovare e gli vogliamo tutti un sacco bene.
Lui sembra contento dell’affetto anche se spesso è in imbarazzo. Riparte dalla sedia a rotelle dalla quale si laurea in filosofia con 110 e lode all’Università di Pisa, poi stampelle, poi torna al 100% incredibilmente dopo un volo di 3 piani.
Cerca lavoro ma con la mobilità ridotta non riesce a trovare nulla finché non gli suggerisco di sfruttare la stanza vuota che ha in casa per fare AirBnB. Rinasce. Felice di sentirsi utile per qualcuno con due soldi in tasca lui rinasce e in un paio di mesi mi ringrazia 1000 volte.
Ma non finisce qui.
Smette di prendere i farmaci che lo stordiscono e il suo bipolarismo (che aveva tenuto nascosto a tutti me compreso) esce fuori e si impossessa di nuovo della mente fragile di un uomo buono e fragile, e come in un brutto sogno, una sera di novembre si butta giù di nuovo, questa volta dal piano di sopra, il quarto. Probabilmente in quel momento il suo angelo custode era al tabacchino e l’asfalto, stavolta, gli è fatale. Morto sul colpo. È il 7 novembre 2015. Il giorno peggiore della mia vita.
Era un artista, un musicista e fotografo: insieme avevamo appena rifatto una cover di “Thrill is gone” di B.B. King che era venuta davvero bene. Lui non si è mai piaciuto ma il pezzo spacca. Al suo funerale sua mamma mi chiede di mettere quella canzone in chiesa, e al momento dell’assolo di chitarra mi scappa un urlo che riecheggia fino a fuori, dove stavano in piedi accalcate altrettante persone. Urlo “questo è Claudio che suonaaa” e si leva un lungo applauso che è arrivato di sicuro fin lassù. Un applauso bagnato di lacrime. Bellissimo e puro. Chissà se fosse arrivato prima quell’applauso…
Io ne esco piegato, e devo sostenere quelli più fragili come ho sempre fatto per indole, ma una parte di me…lo so, lo sento che non c’è più. Una parte della mia vita, del mio cuore sono morti con lui. Lo sento.
Ci conoscevamo da 25 anni ed eravamo davvero inseparabili da 15: i banchi del liceo ci avevano uniti in un modo indissolubile. Per me è morto un fratello.
Passa qualche mese, si riprende la vita di tutti i giorni, il lavoro, i sogni…ma qualcosa è cambiato. Lo sento. È come se qualcosa in me si fosse rotto. È normale pensare “e se avessi fatto…e se gli avessi detto…” Ma credo che la riflessione giusta sia quella che ha detto Luca: “chissà quante altre volte gli avevamo già salvato la vita in passato senza saperlo…”
I sensi di colpa però arrivano, ci sono, puoi far finta di niente ma ci sono. E ci vuole tanto lavoro e tanta energia a farli indietreggiare, a non ascoltarli, a non farti portare via. Come Ulisse con le sirene.
Con impegno, concentrazione, raziocinio e soprattutto, con l’aiuto degli amici se ne esce, forse mai del tutto, ma se ne esce. Restano momenti in cui senti una frase e la associ, oppure rivedi un film che avevamo visto insieme o una canzone…e lì tornano a galla ricordi e suoni che fanno venir voglia di piangere forte, a volte urlare e a volte di spaccare qualcosa. Poi non lo fai, ma è importante notare che ne avresti voglia.
Un pomeriggio di gennaio, il 4, sono a casa da solo in cucina con la chitarra e penso che questo è stato il primo capodanno senza di lui. Da ora partiranno tutta una serie di ricorrenze che quest’anno festeggerò per la prima volta senza il mio migliore amico. Non sono pensieri che possono portare molto lontano. Specialmente se quella persona ti manca tremendamente, se era una persona che sapeva tutto di te, e ti sapeva prendere come nessun altro proprio perché ti conosceva così a fondo. Ora quella persona non c’è più. Non l’hai salutato. Non gli hai detto addio. Non lo potrai mai più fare.
Apro Facebook e vado sulla nostra chat.
Cazzo.
Gli avevo scritto un’ora prima che si buttasse:
“Che si dice?”
“Al solito…du palle…” (la sua risposta standard).
Mi sale il magone. Scoppio a piangere forte in cucina. Nascondo la testa nel gomito e comincio a singhiozzare. Penso a lui, a quel messaggio, alla chitarra che aveva smesso di suonare perché non si sentiva abbastanza bravo, al bipolarismo, al terrazzo e piango, piango, piango e penso che mi manca e che lo odio perché mi ha lasciato qui. Non mi ha detto nulla, non si è confrontato, non ha chiesto il mio parere come facevamo sempre, no, stavolta ha fatto di testa sua e si è buttato. Ma non è giusto. Io pure soffro, e da ora anche di più. Come ha potuto farmi una cosa del genere? Sapeva quanto avremmo sofferto tutti, quanto avrei sofferto io…allora perché, perché, perché mi hai lasciato qui?
E mentre pensi a tutte queste cose contemporaneamente e piangi, ti disperi e ti manca il fiato per i grossi singhiozzi che fai, ti viene in mente che tutte queste sofferenze avrebbero una fine immediata se emulassi il tuo amico…
Questo pensiero però non scorre con gli altri, questo si ferma e resta immobile davanti a te e ti guarda, come a cercare di capire cosa pensi. Ora è lui che pensa te, è il pensiero che pensa a me e non più io che penso al pensiero. Mi risveglio come da un brutto sogno, alzo la testa, respiro e bevo acqua.
No.
No.
Io no, io non sono così. Io non mi arrendo. Io continuo a lottare. Posso sopportare la sofferenza, Io sono forte, io ce la posso fare. Io no. Io non mi butto, io non lascio le cose a metà. Io ci arrivo a 31. Io lo vedo il tramonto stasera, io domani mi bevo una birra, io oggi suono la chitarra.
Già, la chitarra, era ancora lì, la chitarra. Croce e delizia del mio migliore amico che ha lasciato tutto a metà.
Che poi dico io, che bisogno c’è di farlo apposta, quando a volte basta un nulla… attraversare la strada senza guardare, un’intossicazione alimentare, un banale cancro…che bisogno c’è di buttarsi di sotto oggi…tanto domani si muore!
La chitarra comincia a suonare da sola e dopo aver appena deciso di non suicidarmi, scrivo sul tovagliolo della cucina questa frase: Tanto domani si muore.
Il ritornello viene da sé, mentre suono mi asciugo le lacrime che ora sono quasi di felicità… Sto mettendo le mie emozioni nella musica e mi sento già meglio. Continuo a suonare e arriva la prima strofa, poi la seconda e il motivetto che sento in cuor mio essere perfetto perché venga suonato da una tromba. Non so se sia passata mezz’ora o tutta la giornata, so che scrivere quella canzone mi ha permesso di alleggerirmi il carico. Mi ha permesso di entrare in contatto con le mie emozioni che in quel momento, erano molto forti e pericolose.
Scrivere quella canzone mi ha calmato. Mi ha anche forse salvato.
Da un momento di grande tristezza è nata una canzone leggera e profonda. Bagnata delle lacrime per un amico perduto, ma intrisa di speranza nella felicità che la vita mi può ancora regalare.
Tanto domani si muore è nata dal bisogno di NON seguire l’esempio del mio migliore amico morto suicida il 7 novembre 2015 a 30 anni, compiuti esattamente un mese prima.
Claudio, io ti ho voluto bene e lo sai. Anche tu me ne hai voluto un sacco e ne sono sicuro. Ho deciso di credere che, dovendo scegliere tra il tuo male di vivere e la sofferenza che mi avresti provocato, li hai messi sul piatto della bilancia e ti sei accorto che il tuo male era talmente più grande, che non aveva nemmeno senso pensarci. Per farmi stare così male, chissà come stavi male tu.
Io ti perdono e per ora non ti raggiungo, almeno non volontariamente, perché ho delle cose da finire qui, e poi…Tanto domani si muore.
Lorenzo Marte
26 gennaio 2021